Le sette di sera, quasi.
L'orologio della stanchezza di una lunga giornata di lavoro, cominciata un'ora e mezza prima del solito, batte i rintocchi definitivi, quelli che obbligano al ritiro.
Mi preparo a dargli retta: salto in bagno, saluto gli occupanti delle varie stanze dell'ufficio, rassetto la borsa e controllo che sia tutto in ordine sulla scrivania.
In ultimo abbasso la serranda della finestra che guarda, dal terzo piano, la piazza.
Come ogni sera, un occhio dei due che posseggo, disattento perché abituato a quel panorama, cade giù.
Tempo di fargli scandagliare la foto della routine quotidiana e l'ho già ripreso, impedendogli la visione col buio.
Provata e affannata ma pronta ad andare, esco, scendo i piani di scale che mi separano dalla suddetta piazza e mi dirigo verso il motorino.
Fuori al portone mi accoglie un'afa romana quasi insopportabile.
L'aria che respiro, sono sicura, è la stessa di mezzogiorno che, quando soffiare risultava faticoso, si era nascosta tra i palazzi all'ombra, per abbandonare il rifugio solo adesso che è tutto più leggero; l'asfalto arrabbiato e stanco, sputa feroce il calore sopportato e trattenuto durante l'intera giornata, addosso a chi continua a calpestarlo, me compresa.
Non posso far altro che affrontare il tutto sforzandomi di mantenere una certa dignità.
Il mio Liberty 50 è parcheggiato dov'è tutti i giorni, accanto al marciapiede, perpendicolare alla finestra che ho da poco chiuso e attende, come un cane fedele, che torni a prenderlo dopo averlo lasciato legato e solo per tutto il giorno.
Di nuovo congiunti come dieci ore prima, ognuno coi propri pesi, chi il caldo, chi il lavoro, io e il mio mezzo affrontiamo gli esigui ma trafficati chilometri che ci separano dalla tranquillità domestica.
Dobbiamo percorrere sette vie e sorpassare circa nove semafori.
Partiamo... poche centinaia di metri e le prime due vie col primo semaforo sono andati.
Casa si avvicina.
Al secondo semaforo, però, un incubo è in agguato.
Nello stesso istante in cui scatta il verde, già col polso ruotato sull'acceleratore, noto all'altezza del contachilometri un minuscolo ragno di colore bianco opaco. Dello stessa sfumatura di beige del motorino, quasi impossibile da vedere quindi, se ne sta rannicchiato (o forse, nel suo caso raGnicchiato?) per non subire il vento della mia velocità, probabilmente troppa per lui.
Tutto potrebbe scorrere in maniera normalissima e io potrei superare il secondo e anche il terzo semaforo o percorrere le cinque vie che mancano all'arrivo senza fare nulla di diverso dal solito, se solo non ci fosse questo piccolo particolare della mia inguaribile aracnofobia!
Quindi panico?
Ancora no...
Cerco di razionalizzare. Non è niente, continuo a ripetermi. Guarda la strada, mi dico poi.
Il mostro forse posso riuscire a tollerarlo, visto che, ad occhio e croce, vanta un diametro di tre millimetri!Respiro. Respiro.
Guarda la strada, continuo a dirmi.
Arrivo al terzo semaforo e prego che sia rosso. Non posso accostare, non c'è margine e io sono sulla mezzeria, rischio di uccidermi.
Il semaforo, per fortuna, è rosso, tiro un sospiro di sollievo: posso scendere al volo e sfrattare l'abitante abusivo.
Appena rallento, però, si palesa un nuovo orrore davanti a me. Il ragno, rilassato dall'assenza di vento, dopo aver tirato uno dei suoi fili, si prepara ad abbandonare il campo scendendo in picchiata verso la pedana dello scooter e nel farlo distende le zampe.
Maledetto! Questo lo rende improvvisamente troppo grosso per essere gestito in maniera umana dalla mia fobia!
E il semaforo scatta il via prima che io possa fermarmi.
Sono di nuovo in corsa.
Sono di nuovo in corsa.
Ma terrorizzata.
Mentre il ragno è tornato piccolo.
Ma io ora so com'è veramente.
Quindi panico.
Stavolta sì.
Totale.
Reazioni nell'ordine:
Urlo soffocato
Oscuramento momentaneo della vista
Calo di pressione provocato dalla paura
Cervello incapace di pensare alle soluzioni più semplici
Occhi annebbiati fissi sull'insetto
Irrazionale terrore più dell'orrido ragno che dell'idea di stamparmi su un muro per non aver guardato la strada.
Percorro i successivi metri, quelli che mi separano dal successivo stop, andando ad una velocità da ritiro patente, talmente lenta che la tartaruga di Bruno Lauzi si dimette per evidente incongruenza col pezzo di cui è protagonista.
Ho una tale strizza che quel coso zamputo non riesca a trattenere il suo minuto, ma brutto, corpicino sul mio contachilometri che quasi vado in retromarcia.
Nel frattempo mi passa la vita davanti.
Mi conosco. Se il ragno si stacca e io ne perdo le tracce lancio il motorino e mi getto su Via Salaria.
Se me lo ritrovo addosso tolgo le mani dalle manopole e sbando.
Se non mi fermo subito rischio seri, serissimi guai.
Ho paura. Seriamente. E non tanto dell'insetto, quanto della mia fobia.
E' incredibile, paradossale ma ingovernabile. Non ci riesco.
So che sto rischiando la vita ma non smetto di essere preoccupata che il ragno mi venga addosso.
So che sto rischiando la vita ma non smetto di essere preoccupata che il ragno mi venga addosso.
Penso che urlerò al vicino di scooter di darmi una mano, a costo di sembrare un'oca imbecille.
Devo salvarmi la pelle.
Devo salvarmi la pelle.
Faccio in questo stato e con questi pensieri altri duecento metri.
Il mio sguardo, per un attimo distoltosi dalla fobia, nota sulla destra una rientranza, inusuale per la via che sto percorrendo. Probabilmente l'ingresso di un garage creato per le macchine degli inquilini del palazzo che lo sovrasta. Per me, invece, un porto avvistato per caso, mentre cerco di governare una zattera in balia di una bufera notturna!
Esclamo tra me e me. Finalmente accosto, alla velocità della luce scendo e riesco, pur tremebonda, a mettere il cavalletto. Penso che, visto che sono ancora viva, posso tranquillamente passare la notte lì, in piedi, ferma. Oppure farmi venire a prendere tenendo per tutto il tempo in cui sono sola, gli occhi fissi sul ragno. Oppure aspettare che il mostro se ne vada, attratto magari dai cespugli di piante senza nome cresciute ai bordi della strada, urbanizzati più di me, abituati a campare respirando dai tubi di scappamento delle vetture in corsa.
Un minuto per riprendermi è obbligatorio.
Un minuto che però, rischia di essere fatale.
Il piccolo aracnide sta approfittando di tutta questa calma per provare a svolgere il compito iniziato un semaforo e qualche paura prima. Ha già disteso le zampe e tirato un filo che gli servirà da ascensore verso la pedana.
Cazzo! Questo è un altro vero grosso problema!
Se spider - bug si dà al free climbing sul mio Liberty e lo perdo di vista, a casa non ci torno più!
Devo eliminarlo prima che abbia terminato la discesa!
L'incidente scampato, per fortuna mi ha fatto tornare lucidità.
guardo i piedi, ho un paio di zeppe viola con la suola di gomma senza scanalature.
Mio Dio! Uno slargo!
Esclamo tra me e me. Finalmente accosto, alla velocità della luce scendo e riesco, pur tremebonda, a mettere il cavalletto. Penso che, visto che sono ancora viva, posso tranquillamente passare la notte lì, in piedi, ferma. Oppure farmi venire a prendere tenendo per tutto il tempo in cui sono sola, gli occhi fissi sul ragno. Oppure aspettare che il mostro se ne vada, attratto magari dai cespugli di piante senza nome cresciute ai bordi della strada, urbanizzati più di me, abituati a campare respirando dai tubi di scappamento delle vetture in corsa.
Un minuto per riprendermi è obbligatorio.
Un minuto che però, rischia di essere fatale.
Il piccolo aracnide sta approfittando di tutta questa calma per provare a svolgere il compito iniziato un semaforo e qualche paura prima. Ha già disteso le zampe e tirato un filo che gli servirà da ascensore verso la pedana.
Cazzo! Questo è un altro vero grosso problema!
Se spider - bug si dà al free climbing sul mio Liberty e lo perdo di vista, a casa non ci torno più!
Devo eliminarlo prima che abbia terminato la discesa!
L'incidente scampato, per fortuna mi ha fatto tornare lucidità.
Azione e reazione devono essere una cosa sola:
Perfetto.
Una frazione di secondo dopo, senza togliere lo sguardo dal ragno, con un rapido calcio faccio cadere a terra la borsa adagiata, fino a quel momento, sulla pedana, appoggio la mano destra sul sellino, sfilo con l'altra una delle scarpe, colpo secco eeee...
SBAAAAAM! PRESO!!!
Ho vinto maledetto impostore!
Prima di far apparire un sadico ghigno sul viso, verifico che i resti ridotti a due dimensioni del mio nemico, giacciano sulla suola di gomma: è così. E' finita.
Ora immagino debbano arrivare tutti a congratularsi, no?
Osservo per un attimo la scena con lo sguardo degli automobilisti fermi in fila a pochi metri da me:
Una ragazza o presunta tale, guida uno scooter, in via di decomposizione naturale da usura, come quelle che lo hanno appena preso dal concessionario o comunque motorizzate da meno di un mese, impettita, imbranata, gli occhi fissi sul cruscotto, la schiena drittissima e quasi poggiata al bauletto; senza mettere la freccia accosta nel primo spazio disponibile di una via trafficata 20 ore su 24, ironicamente detta a scorrimento veloce; si muove in maniera maldestra e senza distogliere gli occhi da uno stesso punto che guarda da un tempo indefinito; prende a calci una borsa, si sfila una scarpa e colpisce con violenza il suo motorino. Poi guarda la scarpa, la rinfila, prende la borsa e la sistema di nuovo come prima di calciarla, sale sul motorino e riparte.
Beh, forse non verrà nessuno a congratularsi, in effetti è plausibile.
La contentezza che pervade il mio orgoglioso IO, impedisce alla vergogna di prendere il sopravvento.
Sono talmente tanto soddisfatta di me che ho voglia di gridare, riprendendo la scarpa in mano
"Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell'esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell'unico vero imperatore Marco Aurelio"
Invece mi metto di nuovo in strada, continuando a contare i semafori e le strade che mancano al mio arrivo, con solo in più la consapevolezza di aver rischiato stupidamente la vita.
Mi prometto di far ridimensionare in qualsiasi modo questa fobia. Può dire bene una volta ma non è detto che sia così anche la seconda.
Finito l'autopredicozzo mi sfiora solo per un attimo il pensiero di aver ucciso un ragno per strizza ma poi mi rendo conto che non potevo fare altrimenti e quieto, un po' a fatica, i miei innati sensi di colpa recitando l'evergreen mors tua vita mea.
Perdonami piccolo ottozampe, non avevi colpa come tanti deboli su questa terra e anche se mi fai schifo come un film di Moccia, anche se scateni in me l'istinto di un killer psicopatico, anche se veder muovere le tue zampe mi provoca la trasformazione in Hulk, non avrei voluto ucciderti. Ho dovuto.
Con sincero pentimento, mi auguro che tu possa reincarnarti in un gatto di razza e vivere un'esistenza lunga e comoda. Intanto, dal paradiso dei ragni dove ti trovi, lancia un messaggio forte e chiaro ai tuoi simili, di stare lontano dal mio motorino e fungi da esempio. Grazie.
Insomma Ciccio sarebbe la reincarnazione di un ragno ucciso chissà quando da chissà chi?
RispondiEliminaChe schifo! -_-