E quindi l'ho fatto anch'io.
Non potevo esimermi.
No.
A forza di sentirmi dire "ammappa come scrivi bene", (ammappa sostituibile con ammazza, minchia, caspita, cacchio, cazzo) non è che ci abbia creduto ma mi sono sentita in dovere di quietare quella specie di rosichino che viene la notte, quando provi ad addormentarti e non ci riesci, perché sai che non hai fatto tutto quello che era in tuo potere ma neanche in tuo volere, per passare una vecchiaia serena.Sì, a 39 anni leggi la data di scadenza di ogni possibilità che la vita ti fornisce, sulle zampe di gallina che aumentano di giorno in giorno e vuoi fare qualcosa. Non importa se passati i 40 anni dirai che non è cambiato niente e ricominci a pensare al futuro senza vedere buchi neri, a 39 lo fai!
Quindi ho tradotto quel "fare qualcosa" mischiato al "come scrivi bene" e ho scelto di aprire il solito, banalissimo, inutile blog di scrittura. Per ora non so bene tutto il perché. So perché non ho scritto un libro o meglio perché non abbia provato a pubblicarlo, ma il reale, intrinseco motivo per cui ho optato per una cosa totalmente improduttiva come un blog, non lo so. Potremmo snocciolare quei quattro fondamenti di psicologia da salotto di Pomeriggio Cinque, e far dire alla Barbara d'Urso che è in ognuno di noi, che non ho il coraggio di fare di più e che è il miglior modo per non rischiare nulla dicendo che "c'ho provato" ma la realtà non è mai come la descrive Paolo Crepet.
Il fatto è che ogni volta che entro in libreria e vedo che qualcuno, come il Bruno Volatilepungente nazionale, ha pubblicato ancora, ha contribuito miseramente al disboscamento di qualche foresta nel mondo, fregandosene dell'inutilità palese delle sue parole, mi incazzo. Tantissimo. E io, salvo l'idea di scrivere una decina di copie a mano, sui rotoli di carta da regalo natalizia destinata altrimenti al macero, non credo di essere abbastanza brava da meritare l'abbattimento di un albero per un mio libro. Non riesco a gonfiare il mio ego tanto da dire che c'è chi scrive peggio di me e che quello che racconto potrebbe piacere a qualcuno. Non ce la faccio, non mi sento all'altezza della responsabilità di togliere un po' di ossigeno alla terra.
Allora stanotte, al millesimo risveglio notturno con rodimento di culo incorporato, in preda al panico perché a quasi quarant'anni qualsiasi cosa non faccia, mi sembra di buttare la vita in pasto agli ospizi, ho deciso di aprire un blog.
Fungerà da psicoterapia? Può essere.
Più di tutto però, invisibili lettori immaginari, il motivo per cui esiste un blog in più nell'etere, lo capirete dopo che avrò confessato questa mia terribile debolezza: dalla prima volta che ho visto Sex and the City, ho il folle desiderio di somigliare a quella frivola, spendacciona, modaiola di Carrie Bradshaw. Ecco, l'ho detto, mi sono liberata. Ora potrei arrampicarmi sugli specchi dicendovi che non vorrei emularne lo stile di vita, cosa impossibile vista la mia scarsa predisposizione ad essere una vera donna, ma lo splendido mestiere (cioè, lei racconta ad un giornale tutte le stronzate che fa con quelle dementi delle amiche sue e per questo la pagano, ditemi se non è un motivo per invidiarla!!) e la cosa non sarebbe troppo distante dalla realtà, anzi. Ma voi ci credereste? Credereste che non desidero nell'armadio tutte le scarpe che ha lei? E che non desidero poterci camminare senza sembrare che stia riscrivendo il concetto di baricentro? E che non desidero fare aperitivi tutte le sere senza prendere un etto che è uno? O girare in taxi tutti i giorni? No. Non ci credereste.
Quindi mi limito a dire che ho aperto un blog provando a realizzare il sogno di voler essere Carrie Bradshaw. Con tutte le attenuanti del caso: la mia cubica base x altezza, la penuria economica, il contesto. Parafrasiamo? Ma sì, dai!
La Carrie de noantri
dalla vita dentro la Grande Mela, alla vita dentro il Grande Raccordo Anulare.
Bel titolo, complimenti.
e io penso che ce voleva proprio!!! ABBRAVA!
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